di Gianfranco Franchi e Curzio Malaparte
“L’italiano non ha paura / della legge di natura / e talvolta, anzi, corregge / la natura della legge” (“Benedetti italiani”, p. 153): dimenticate l’orgoglio patriottico localissimo dei “Maledetti toscani”, dimenticate quanta ostilità e quanto sarcasmo si nascondeva in quelle righe nei confronti di tutti quei cittadini che non fossero toscani; dimenticatelo, ché Malaparte ha giocato un’altra volta al gioco del contradditorio, all’amplificazione parossistica della doppiezza, al gusto di avere stile nell’essere prima guelfo e poi ghibelllino. Non sappiamo quanto in fondo volesse andare: il libro è stato assemblato quattro anni dopo la morte dell’artista, nel 1961, e manca quindi di supervisione autoriale (integrazioni, omissioni, modifiche: chissà cosa ci siamo persi). Tuttavia, pure incompiuto e forgiato a posteriori com’è, “Benedetti italiani” riesce nell’impresa di intrattenere, divertire e stuzzicare, quasi fosse un’opera finita e rifinita più volte nel tempo. Questo è un talento.
(continua…)