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Mio figlio ereditiere

19 Novembre 2009

L’ultimo motivo per cui – primiparo tardivo - ho deciso di fare un figlio, è stato a chi lasciare l’eredità, la roba. Oggi, che ha quasi tre anni, so per certo che un motivo sufficiente e abbondante è il suo sorriso, tale e quale a quello della sua luminosa mamma. L’elenco dei doni che ricevo da lui sarebbe sdilinquito e forse patetico, per cui ne cito solo un altro: è lo sguardo, identico al mio, che riconosco nei suoi occhi, identici ai miei.

  Quello sguardo, specchio dell’anima, è la mia vera e principale eredità per lui. L’ha ottenuta al momento del concepimento e gli rimarrà per sempre. D’ora in poi – ma ho già cominciato, insieme a Paola – gli donerò anche altra allegria, cure attente, e un’interpretazione del mondo: lasciandolo libero di sceglierla, rigettarla, reinterpretarla, con la speranza che se ne faccia una propria.

  L’eredità materiale verrà per ultima, il più tardi possibile. Anche se, quando nacque Nicola Giordano, creai un aforisma abbastanza cinico da compensare lo struggimento che mi correva nel sangue: “Un buon padre ha figli solo dopo i cinquant’anni, per lasciare l’eredità quando ne avranno più bisogno.” Tecnicamente è vero, anche se so che, io e lui, vorremo che quel momento non arrivi mai.

  A quel punto scoprirò, ancora una volta, che l’originalità - sempre perseguita e ambita nei miei comportamenti e pensieri - si trasforma in sentimenti fra i più comuni davanti ai grandi eventi della vita. Avrò lo stesso stato d’animo della mia semplice mamma, che racconta volentieri perché i suoi studi si fermarono alla seconda elementare: sua madre regalò alla maestra due piccioni, che se fossero stati uno in più le avrebbero procurato almeno la terza. Io l’ho “promossa nonna” – dice lei – a 88 anni, e ho assistito a una trasformazione di quelle che neanche al cinema. Camminava curva e si è raddrizzata come un fuso. E’ ingrassata, ride spesso. Prima, parlava solo di passato e di un futuro mortuario imminente. L’anno scorso, all’improvviso, mi fa: “O Bruno” (lei mi chiama Bruno), “ma quando avrò cent’anni, quant’anni avrà Nicola?” Per inciso, ora punto anch’io ai cent’anni, e oltre.

  Un pensiero gioioso di mia madre – dopo quelli per la mia gioia, per non sapermi più solo, per la “razza” che proseguirà – è che le sue cose non andranno disperse: la casa e il pezzo di terra intorno, frutto del lavoro non di una, ma di due vite, quella sua e quella di mio padre, che non c’è più. Una delle frasi che nonna Gina ripete più volentieri a Nicola (che la ascolta, non capisce ma sorride) è: “Quando verrai qui con le ragazze, come faceva il tu’ babbo, dirai: ‘Questa casa me l’ha lasciata la mi’ nonna!’”, e ride, ride felice. Anch’io sarò felice che Nicola riceva la mi’ casa, i miei risparmi, se ci saranno ancora, le cose accumulate in una vita. Lo so, e quasi lo spero, probabilmente gli importerà poco delle decine di migliaia fra documenti e libri di storia che ho accumulato. Bene, li venda, li regali a una fondazione, o abbia il garbo di farmelo sapere prima, in modo che possa farlo io. Ma le foto di famiglia – arrivo  fino a quella di mio bisnonno, il suo trisnonno – le terrà sì. Faranno parte della sua come della mia vita.

  Sono questi i pensieri che mi hanno preso leggendo la previsione di quanti italiani non lasceranno eredi. E che quindi disperderanno – ben più del denaro e delle proprietà – la memoria. Quella non si lascia a nessuna chiesa, a nessuna fondazione, a nessuna istituzione benefica. E’ una considerazione che mi rattrista, sarà che di professione faccio lo storico.

  No. Non è vero. Prima di tutto faccio il babbo, e so come rallegrami. Ora chiudo l’articolo, lo rileggo, lo limo, lo invio e poi vado di là, da Nicola che mi aspetta. Fino a ieri diceva “Vola-vola!” per invitarmi al faticosissimo gioco che lo appassiona in questo periodo. Ieri, ha inventato una formula linguistica per anticipare il mio “Vola-vola-no!” Dice: “Vola-vola-sì!” Non merita un premio? Volare, guardando nei miei occhi che sono i suoi, altro che eredità.

                                                                                                                    

 

 

 

14 commenti »


  1. Luigi Castaldi ha commentato

    Delizioso.

    19 Novembre 2009 | #


  2. Liutprando ha commentato

    Io sono diventato padre la prima volta a 23 anni.
    Ho avuto più tempo da dedicare in modo esclusivo all’universo.
    Perciò capisco il fascino che ti illumina.

    19 Novembre 2009 | #


  3. tullio ha commentato

    Ho da poco messo a letto la mia piccola bambina Lea, che, nonostante tardassi più del solito, ha tenacemente voluto resistere al sonno per salutarmi. Ha così, istintivamente, dato un senso alla mia giornata di lavoro.

    Tullio, un papà che si riconosce nel suo articolo di oggi sul Giornale.

    19 Novembre 2009 | #


  4. Mario Natucci ha commentato

    Caro Giordano Bruno, ti do del tu un po’ perché sono un collega (nel senso di giornalista, ormai peraltro in pensione), un po’ perché ho l’età in cui le candeline costano più della torta e un po’ - anzi, un bel po’ - perché mi sono sentito in piena sintonia con il pezzo di stamane sul ‘Giornale’.
    A proposito di eredità, voglio riferirti una storiella ebraica. Un uomo aveva un unico figlio maschio. Il padre lasciò tutto ciò che possedeva al figlio, che era già adulto. Nel testamento c’era una clausola insolita: “Il mio unico figlio erediterà tutto ciò che possiede quando comincerà a comportanrsi in modo stupido. Il caso finì davanti al tribunale rabbinico in Israele (siamo nel secondo secolo). Nessun rabbino riuscì a risolverlo. I rabbini decisero di andare dal loro più illustre collega dell’epoca, Joshua ben Korha, per chiedergli consiglio. Arrivati alla casa di Joshua, lo trovarono che giocava a cavalluccio col figlioletto. Il famoso studioso era a quattro zampe e nitriva come un cavallo.Il suo bambino gli stava a cavalcioni sulla schiena, si divertiva un mondo e gridava: Oh oh cavallo! Non volendo disturbarlo, i rabbini se ne andarono.
    Il giorno dopo, alla scuola rabbinica, gli altri colleghi gli sottoposero il caso difficile dell’eredità. Joshua si mise a ridere e disse: ‘Dovreste sapere già la risposta. Non siete venuti a casa mia ieri? Non sembravo uno stupido a fingere di essere un cavallo. Ebbene, il testamento significa che il figlio di quell’uomo erediterà tutto quando diventerà a sua volta padre. Perché quando una persona ha dei figli, è abbastanza normale che si comporti in modo stupido e irrazionale quando ci sono di mezzo loro’.
    In fondo Platone descrisse l’amore come una forma di pazzia. E Erasmo aveva ben presente l’amore nel suo Elogio della follìa. Fino a qualche anno fa probabilmente i sorrisi dei bimbi non ti dicevano nulla. Ora il sorriso di tuo figlio ti fa sentire felice e appagato, ti fa forse pensare seriamente che il Paradiso esista, e comunque lo giudichi motivo sufficiente per ripagarlo con tutti i tuoi averi.
    C’è un motivo profondo per il quale sentiamo che è bene lasciare ai figli l’eredità, in primo luogo la casa, la terra. Lo spiega abbastanza bene un adagio popolare, secondo cui i genitori devono dare ai figlio radici e ali, radicare cioè il figlio nelle tradizioni e nei valori dei padri e aiutarlo a essere indipendente, a spiccare il volo nella vita.
    Ora le radici sono un’ancora per l’identità personale oltre che per l’integrità morale. Bene, la casa, la terra, la campagna frutto del lavoro di generazioni nella stessa famiglia sono fondamentali per acquisire l’identità. Le radici hanno davvero bisogno della terra. L’ho scoperto tardi, dopo avere ereditato un podere in Valdinievole, a suo tempo acquistato da mio nonno, notaio, conservato poi da mio padre forse nella speranza che a mia volta lo conservassi. Io sono vissuto per 30 anni nel Veneto, dove mio padre, medico e docente universitario, lavorava. Poi mi sono trasferito a Milano, dove ho lavorato nei successivi 35 anni. Ho provato la soddisfazione di sentirmi cittadino del mondo nei tanti Paesi del mondo in cui sono stato, soprattutto per lavoro. Ma ho sempre sentito il disagio - sottile ma crescente negli anni - di sentirmi senza radici, non ancorato alla casa della famiglia, alla terra dei padri. Tutto è cambiato quando ho deciso di ricostruire la grande casa colonica diroccata e di rimettere in produzione il podere di Monsummano. Poche gioie sono state così profonde come quando ho fatto il primo raccolto di olive. “Quest’olio viene dal podere che era di mio padre e di mio nonno”, spiego con orgoglio a chi mi fa i complimenti per la bontà dell’olio (che è il migliore del mondo, poche storie). E’ una gioia difficile da spiegare. Certo, i valori morali trasmessi dai miei genitori sono anch’essi radici che tengono viva e alimentano una tradizione. Non tutti hanno della terra da lasciare ai figli, e certo questi valori diventano una eredità preziosa lasciata e trasmessa dal passato al futuro. Fra questi (lascia che lo dica) c’è anche l’educazione religiosa cristiana, che con tempo ho assai rivalutato: la si può tradire, ma essa non ci tradirà mai. Dunque anche - e soprattutto - i valori trasmessi sono radici, tradizione nel senso letterale della parola. Ma la casa, la terra dei miei padri hanno aggiunto qualcosa a tutto questo, hanno chiuso il cerchio della mia identità.
    Mia figlia non sembra per ora sentire il richiamo della tradizione; già da neolaureata è più cittadina del mondo di quanto io lo sia mai stato, affascinata dall’idea - e dalla probabilità - di vivere e a lavorare fuori d’Italia anche grazie alle lingue straniere che parla molto bene. Anch’io alla sua età ero un po’ così. Cambierà idee e sentimenti - ne sono certo - quando potrà dire, magari in russo: questo è l’olio del podere che era del mio bisnonno.
    Ciao, babbo felice, da’ un bacino a Nicola.
    mario natucci

    19 Novembre 2009 | #


  5. dedalus ha commentato

    pienissima sintonia e anche di più: da impenitente ateo che ero dalla nascita di mia figlia giulia (detta mocio, per una vecchia storia di cani, nella sua magica infanzia) guardo con una certa attenzione alla spiritualità e non riesco più a definirmi senza Dio (prima l’avrei scritto con la minuscola)

    20 Novembre 2009 | #


  6. Alberto ha commentato

    Anche questo da incorniciare. Grazie Giordano!

    20 Novembre 2009 | #


  7. Vittoria ha commentato

    Non ho avuto l’opportunità di conoscere uno dei miei nonni, gli altri tre si e, se dovessi fare un pronostico sulla media, direi che la perdita è stata irrilevante.
    I miei genitori, bravissime persone, sono lontane da me più di un pianeta alieno.
    L’immagine che vedo la mattina riflessa nello specchio è forse l’unica eredità, tramandata si per memoria, ma genetica, della mia famiglia.
    La persona che sono è invece figlia di quella struttura socio-culturale-artistica alla quale “qualcuno” ha deciso di dare forma attraverso le sue azioni, attività, pensieri, attraverso la propria vita, spesso esemplare.
    Sono convinta che leggere - e per lei scrivere - libri che raccontano di Marinetti, d’Annunzio o Ciano (e non delle “buone cose di pessimo gusto”) sia un indicatore abbastanza palese, per questo la dispersione della memoria famigliare, a differenza sua, non mi rattrista affatto.
    Che invidia però nei confronti del piccolo Nicola, non per il vola-vola, ma per l’eredità documentaria e culturale. Se lei fosse mio padre, anagraficamente possibile, forse la penserei diversamente.

    Vittoria

    20 Novembre 2009 | #


  8. Liutprando ha commentato

    “I miei genitori, bravissime persone, sono lontane da me più di un pianeta alieno”.

    Chissà cosa penserai il giorno in cui scoprirai che assomigli ad uno di loro nel modo d’essere.

    21 Novembre 2009 | #


  9. Vittoria ha commentato

    Ero come dici a 10, meno a 20, per nulla a 30, da quando cioè il mio modo d’essere ha avuto modo di plasmarsi sul mio pensiero, autonomo e critico, a differenza di loro cresciuti nei dogmi religiosi e sociali vissuti in maniera acritica. A darmi questa grande occasione di libertà di pensiero ha contribuito molto anche il “nostro” Guerri. Tante grazie a lui.

    23 Novembre 2009 | #


  10. Liutprando ha commentato

    “Ero come dici a 10, meno a 20, per nulla a 30″.
    Appunto, troppo giovane.
    Capisco però la difficoltà nel riconoscersi nei dogmi che sono una deformazione sclerotizzante del proprio IO.
    Comunque per assomiglianza intendo proprio fisica: nei gesti, nei difetti più innocui, in associazioni di idee trasferite per induzione.

    Ci rimane sempre addosso un po’ di loro. Non è grave. Basta saperlo.

    24 Novembre 2009 | #


  11. mariarita ha commentato

    “ci rimane sempre addosso un pò di loro.Non è grave.Basta saperlo”

    A trent’anni scoprii che camminavo come mio padre. Ora che è morto scopro che reagisco come lui a certe parole, a certe emozioni. Non c’era confidenza e forne nemmeno amore fra noi, eravamo troppo uguali.
    Ma non mi dispiace assomigliargli, ora che, io di qua e lui di là, siamo riusciti a capirci.

    25 Novembre 2009 | #


  12. Giacomo Brunoro ha commentato

    Post bellissimo.

    27 Novembre 2009 | #


  13. vittoria ha commentato

    ““Ero come dici a 10, meno a 20, per nulla a 30″.
    Appunto, troppo giovane.”
    “Ci rimane sempre addosso un po’ di loro. Non è grave. Basta saperlo.”

    Cambiare intanto che si è troppo giovani, per non di doversi rassegnare
    quando si è troppo vecchi.

    28 Novembre 2009 | #


  14. biancoli ha commentato

    Ma non te lo aveva detto la tu mamma che era meglio fare figli da giovani ? Ora come la mettiamo con la schiena? E quando Nicola vorra giocare con te a pallone?Grazie per gli articoli che parlano di tuo figlio: tu gli lascerai la tua eredita, ma lui ti ha gia regalato la dolcezza che li illumina

    30 Novembre 2009 | #


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