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Lettura critica di Giacomo D’Angelo al Centro Studi Dannunziani

06 Marzo 2008

GIORDANO BRUNO GUERRI
D’Annunzio. L’amante guerriero, di Giacomo D’Angelo

Qualche annetto fa, nel ‘57 per la precisione, feci l’esame di maturità classica al liceo Gabriele D’Annunzio di Pescara, ma nel programma di letteratura italiana il poeta dell’Alcyone non figurava, a differenza di suoi contemporanei come Gozzano, Corazzini e altri minori. In quel momento storico, a distanza di venti anni dalla sua morte, era in atto verso d’Annunzio una sistematica damnatio memoriae, uno sprezzante disinteresse critico-accademico per la sua opera, un ostracismo del suo nome dalle patrie lettere, quasi si trattasse di un efferato brigante o di un antenato imbarazzante da isolare in un Museo Grevìn degli orrori o in una inaccessibile soffitta di reliquie. Nella sua stessa città, lontano ormai nella memoria il coraggioso discorso commemorativo di Massimo Bontempelli nel novembre del ‘38, che gli costò il confino, veniva tenuta annualmente una mesta cerimonia commemorativa, quasi un rito funebre, a cura di un’associazione combattentistica, disertata dalle autorità, con interventi di vecchi tromboni o di uno stanco Francesco Flora.

Il centenario della nascita di d’Annunzio ruppe il silenzio sul suo nome, ma le divisioni rimanevano profonde, come pure i pregiudizi ideologici non tutti di eguale provenienza. Nella sinistra ad esempio c’era chi come Rossana Rossanda, tra i fondatori del “Manifesto”, lo definiva disgustata “infrequentabile” e chi lo studiava con intelligenza come Giansiro Ferrata, critico letterario del togliattiano “Rinascita”, Adriano Seroni, dirigente del Pci, Franco Antonicelli, elegante biografo del poeta. Elsa Morante trinciava giudizi da impettita Pizia alla Dürrenmatt:«Carducci idiota, Pascoli imbecille, D’Annunzio cretino», ricevendo il plauso del marito, Alberto Moravia, che in un empito di profondismo commentava:«C’è del vero in queste parole». Mi è accaduto di recente di ricordare che nel luglio del ’63 appunto, il settimanale “L’Espresso” pubblicò un processo a d’Annunzio con Moravia, Pasolini, Natalino Sapegno e il “Sommo Anglologo”, Mario Praz. Fu una raffica di sentenze oracolari: «né poeta né romanziere, privo d’intelligenza e di idee, da leggere come il Cavalier Marino o Annibal Caro», fu il responso di Moravia; «macché Marino e Caro, un dilettante rispetto a loro, un esibizionista privo di coraggio, un teppista, le Novelle della Pescara sono una caricatura involontaria e mitizzante del sottoproletariato abruzzese», ribatteva Pasolini, di cui il solo Pampaloni tra i critici ha indicato le tante affinità tra i due; «non ho mai avuto simpatia per lui, la sua è un’arte dilettantesca e inutilmente statica», era la condanna di Natalino Sapegno, la cui letteratura italiana è stata studiata da generazioni di studenti. A tentare una difesa di d’Annunzio rimaneva l’eruditissimo, genialmente eclettico, Mario Praz, filosofo dell’arredamento, collezionista di oggetti neoclassici, alonato da leggende negromantiche da lui stesso alimentate, autore di una delle bibbie del decadentismo, La carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica, con pagine memorabili sul “barbaro aternino”, che compitò da maestro paziente spiccioli di metodo critico a quelle Erinni infuriate:«Siete immersi in un’atmosfera di antidannunzianesimo, di profonda insensibilità per i valori della sua arte…tutta la critica moderna, da De Robertis a Cecchi, s’è orientata a vedere un prosatore non soltanto mirabile nella sua forma letteraria, ma che ha anche delle cose da dire, non retoriche, ma vive…certo, sovente è vacuo, a volte grottesco(valga per tutte la frase:”Voglio fare un libro sotto la specie degli Astragalizonti”), ma quando la sua voce si fa più dimessa, egli raggiunge toni d’arte squisita…non era estraneo alle esigenze dello stile contemporaneo, nel Libro segreto sembra preannunciare addirittura gli esperimenti di Joyce, in qualche passo si avverte un atteggiamento in materia di stile che ricorda quello del nostro Pasolini…è stato inoltre un uomo di coraggio, ha voluto piuttosto creare un’Italia eroica che non esisteva e non poteva esistere, perché era contraria alla natura del nostro popolo…».

 

Nel ’63 un convegno a Venezia pose fine all’oblio, all’allarme sanitario e all’indice accademico-religioso, riaprendo il libro dei conti verso d’Annunzio e fu Carlo Bo, che venti anni prima nei suoi Otto studi non era stato tenero verso il poeta, il capofila dello sdoganamento cui parteciparono studiosi universitari e critici come Luciano Anceschi, Ezio Raimondi, Diego Valeri, Carlo Salinari, Eurialo De Michelis, Giancarlo Vigorelli, ma anche scrittori insospettabili, come l’anarchico Luciano Bianciardi, antidannunziano naturaliter, che inviato dal suo giornale al Vittoriale, dove si recò «inutile negarlo…prevenuto», “scoprì” un d’Annunzio diverso da quello rappresentato dalle vulgate imperanti e mistificanti, s’aggirò curioso per le stanze, notò dieci spazzole per capelli nel bagno(«e tutti sanno che d’Annunzio era calvo»)ma anche «la biblioteca di uno studioso non d’un bibliofilo estetizzante»(anche Guerri scrive: «non l’amena raccolta di un bibliofilo, ma quella di uno studioso»), di uno che al tavolo di lavoro diventava serio, «capace di restarsene a sedere per dodici, quattordici ore di fila». Sul Vittoriale annotò:«Entriamoci a guardarlo con la pietà che dobbiamo a un nostro nonno. Era un nonno strambo, ma geniale». All’agro scrittore grossetano si aggiunse un nipotino dell’Ingegnere, Alberto Arbasino, che con un penetrante saggio raccolto in Sessanta posizioni(il libro, ignorato dai cattedratici che stanno male al solo nome di d’Annunzio, e sono i più, è citato con particolare rilievo dal Guerri)iniziò la sua esplorazione nell’opera dannunziana, feconda di intuizioni, intellettualmente onesta se dopo aver demolito con la sua verve ferocemente iperprazzesca nel romanzo-manuale, Il meraviglioso, anzi, il collezionismo, il bric-à-brac, la ninnolizzazione, i bibelots, il ratatinè del Vittoriale, con «culti e gusti e “trips” tipicamente da vedova», in una successiva raccolta di saggi, Le Muse a Los Angeles, riconobbe a d’Annunzio le sue competenze di connaisseur, lodando ad esempio la sua conoscenza delle pietre dai marmi bianchi di Luni ai graniti rossi d’Oriente, alle pietre della Maiella.

 

Ma perché d’Annunzio ha suscitato fanatismi e crucifige, deliri di apologeti e insulti da suburra, esaltazioni di devoti e sconce leggende, ritratti agiografici e gossip pruriginosi, barriere ideologiche e incomprensioni viscerali? Soprattutto, perché- come scrive Guerri- Carducci, Pascoli e Verga vengono considerati classici, saldamente berninizzati nel pantheon-walhalla dei busti al Pincio(tranne forse Pascoli dopo lo scavo impietoso di Garboli sul suo nido), mentre d’Annunzio non è ancora metabolizzato e viene presentato come un rastaquouère, un avventuriero, secondo l’accusa di Thovez nel 1920 o un guerrafondaio o un Giovanni Battista del fascismo o un “pastasciutta dello spirito” come lo sbeffeggiò con livore nazionalista il Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico o- secondo Leonardo Sciascia- “una specie di fungo cresciuto casualmente in questo paese” o- secondo Franco Ferrarotti- un maestro di immoralità? Senza che un italianista, un sociologo della letteratura(quella strana figura di centauro), un fantasma di critico letterario, si chieda perché mai i personaggi carducciani, le situazioni pascoliane, i luoghi verghiani siano ormai rari e datati, mentre quelli dannunziani ancora frequenti e frequentati, replicati o riemergenti, pur con il loro carico di enfasi e di ridicolo e di inevitabile kitsch?

 

Sul legame tra d’Annunzio e il fascismo esistono decine di libri, a volte meri sciocchezzai. Nel 1973, su “Playboy”, rivista “per soli uomini”(quasi un’ironia della dannunzieide), Arbasino pubblicò un saggio socio-politico-letterario-antropologico su d’Annunzio “nonno nefando”, in cui, partendo dal Carteggio D’Annunzio-Mussolini, dimostrò i limiti temporali della fase littoria dell’Imaginifico, appena «sette-otto anni, su una vita di settantacinque, un’attività di scrittore di almeno sessanta, e una carriera d’amatore presumibilmente appena più breve…ce n’è abbastanza per trattarlo da hobby, come la toreria per Hemingway, o il pugilato per Mailer, e altrettanto fastidioso». Lo scritto arbasiniano mandò in bestia lo scrittore Ruggero Guarini, da anni intento a rimuovere il peccatuccio di gioventù di una fuggevole adesione al Partito Comunista, che strigliò Arbasino come uno scolaretto: sei spiritoso ma superficiale, esordì nel suo rabbuffo, D’Annunzio fu il più fascista degli scrittori fascisti, inventò il Linguaggio(con la elle maiuscola)del Fascismo e se il Linguaggio è tutto, allora tutto D’Annunzio(l’uomo e l’opera) è fascista. Come decadente inoltre, ribollente di astratti furori il Guarini, fu pomposo e losco. Arbasino non apparve scosso dalla grandine antidannunziana del suo interlocutore e rispose brevemente che le sue affermazioni erano di pregiate ditte, Renzo De Felice e Mario Praz. Nella querelle intervennero lo storico Paolo Alatri, autore di una voluminosa biografia di d’Annunzio, ed Enzo Siciliano: il primo sostenne le ragioni di Guarini, affermando che il ruolo del d’Annunzio fu di principale ispiratore del fascismo e che tra Mussolini e d’Annunzio non vi fu “contrasto” ma “concorrenza”. Il secondo invece argomentò che «fu il fascismo a sfruttare D’Annunzio e il dannunzianesimo nel progetto del colpo di stato. Fu Mussolini ad essere dannunziano, piuttosto che D’Annunzio ad essere fascista…A dargli del fascista a brutto muso, (D’Annunzio)con un sorriso potrebbe rispondere: Eh no, fu il maestro di Predappio a scopiazzarmi. E avrebbe cento e mille ragioni». Già negli anni 30 Angelo Tasca aveva scritto: «Mussolini copierà da d’Annunzio tutto l’apparato scenico, ivi compresi i dialoghi con la folla. D’Annunzio sarà vittima del più grande plagio che si sia mai visto». «Dal fiumanesimo i fascisti presero solo l’apparato esteriore, aggiungendovi il manganello e l’olio di ricino, scrive Giordano Bruno Guerri, che nota inoltre:«E mai si sarebbe sentito, durante il regime, il saluto finale che d’Annunzio lanciò dal balcone del municipio : “Viva l’Amore! Alalà!”. «Fascista non fu mai, neppure formalmente, nemmeno quando, con la guerra d’Africa, si impegnò a fondo a sostenere e ad esaltare l’opera mussoliniana», ha scritto Renzo De Felice. La stima di d’Annunzio verso Mussolini non fu mai alta, soprattutto quando il legame del Duce con Hitler(che il Poeta copriva di sarcasmi)divenne più stretto. In una lettera lo chiamò Baritonante Conigli. Altre espressioni di scarsa simpatia verso il fascismo e il suo capo, si possono leggere nei gustosi libri di Giancarlo Fusco.

 

Quando si parla di d’Annunzio diviene difficile trovare l’ottica giusta o l’angolazione critico-biografica appropriata, perché questo artista è stato certamente il più ingombrante, perturbante, onninvadente personaggio della scena culturale italiana (e di quella politica, sociale, mondana di almeno la prima metà del 900). Impossibile ignorarlo, sottovalutarlo, disconoscerne il ruolo e l’influenza. Certamente anche scomodo perché- come ha scritto Praz - “sontuoso personaggio araldico, re di fiori o di picche(o tutt’e due), fissante coi suoi grandi occhi tondi nel volto tondo ornato d’un sospetto di barba fiorita, mescolato per un caso strano nel mazzo bonario delle carte italiane, carte borghesi e popolane, coppe bastoni denari spade”. Eugenio Montale, tra i grandi poeti italiani del 900, rilevando come Guido Gozzano, agli inizi dannunziano, abbia dovuto attraversare d’Annunzio per trovare un suo modo originale di poetare, concludeva che tutti i poeti italiani avevano dovuto attraversare d’Annunzio. Leonardo Sciascia, nel breve saggio su Giuseppe Antonio Borgese(Per un ritratto dello scrittore da giovane), a proposito dell’infatuazione che Borgese ebbe da giovane per d’Annunzio, ha scritto che d’Annunzio è stata la malattia infantile degli scrittori italiani, una sorta di scarlattina da tutti contratta: tre generazioni di scrittori siciliani, quella di Borgese, l’altra di Vitaliano Brancati e la mia sono state contaminate tutte dal d’Annunzio e tutte e tre hanno dovuto fare uno sforzo per liberarsene, non senza aver pagato un tributo di scritti all’Imaginifico(e il libro di Borgese su d’Annunzio conserva tutto il suo valore).

 

Per l’intera sua epoca e oltre i grandi scrittori italiani si sono divisi tra il rifiuto di d’Annunzio spesso ambiguo e l’omaggio al maestro di stile. Intorno al 1920, Aldo Palazzeschi, tra i maggiori del 900, scriveva:«Tutto quello che c’è di deleterio in Italia è del D’Annunzio. Raccoglie egli la fiaccola lasciata a terra da quella vecchia chitarra del Carducci, che a sua volta la raccoglie da quell’altro trombone sfiancato dell’Alfieri». Nel ’71, 50 anni dopo, in un’intervista dirà che di d’Annunzio aveva in uggia la «tracotanza. Sa, quando un uomo piglia tanto posto, diventa insopportabile». Era stato preceduto da Gian Pietro Lucini, il poeta anarchico di Revolverate e Nuove Revolverate, che aveva bollato il d’Annunzio come “ciurmatore mimografo”, scrivendo su di lui due libri di critica corrosiva, tra cui l’Antidannunziana, pubblicata nel 1915 e mai più ristampata. Alcuni anni fa Edoardo Sanguineti, esegeta adorante del Lucini, lo ha presentato come un grande poeta, a differenza di d’Annunzio, ma poi si legge Il Libro delle Figurazioni Ideali di Lucini, recentemente ripubblicato, e si resta basiti dinanzi al saccheggio che Lucini ha fatto di d’Annunzio, squadernato doviziosamente dalla filologa curatrice, Manuela Manfredini. In quanto a plagi l’allievo ha superato il maestro: tale era infatti in questo campo il d’Annunzio per Enrico Thovez. Resta da dire che Lucini morì nel ’15, se avesse conosciuto il d’Annunzio guerriero e fiumano e “notturno” forse avrebbe rivisto il suo giudizio.

 

Altro inossidabile antidannunziano è stato Alberto Savinio, il più grande scrittore italiano dopo Pirandello secondo Leonardo Sciascia, pictor optimus e metafisico come il fratello Giorgio De Chirico, drammaturgo, creatore di balletti, musicista e musicologo, che si vantava di essere uno dei pochi italiani immuni dal dannunzianismo e di aver letto un solo libro del Pescarese, ma poi si scorrono le migliaia di pagine dei suoi scritti giornalistici e si incappa in continue, incalzanti citazioni di scritti dannunziani che rivelano una conoscenza di prima mano. In più, nel Pellegrino appassionato, uno studio filologico densissimo di Paola Italia, si legge che Savinio, di madre lingua greca, imparò l’italiano divorando tra gli altri il suo odiato d’Annunzio.

 

Spesso d’Annunzio ha ironizzato sui suoi critici e su “quel curioso fenomeno animale che più tardi la sapienza critica designò foggiando a sua similitudine la parola di molti piedi e di lunga coda “antidannunzianesimo”(da Il compagno dagli occhi senza cigli).

 

Vitaliano Brancati prese una cotta adolescenziale per la poesia di d’Annunzio, «quella poesia che suscita le passioni, sia pure in un ristretto periodo di tempo, eccitante come il fumo e il vino», ma poi passò ad altri amori: non gli era congeniale lo “stile di parole” e in seguito avrebbe usato uno “stile di cose”, secondo la definizione di Pirandello e di Verga. E Brancati, che fu avviato ad una letteratura di critica del costume da Leo Longanesi(«Ma che D’Annunzio, tu sei un Gogolino di Catania!», lo sferzò, come aveva fatto con Flaiano spingendolo a scrivere Tempo di uccidere), scrisse il più divertente racconto sull’infatuazione collettiva che la borghesia colta (o che voleva apparire tale) della profonda provincia italiana nutriva per la “vita inimitabile” del Vate. Il racconto si intitola La singolare avventura di Francesco Maria ed è strepitoso.

 

Federigo Tozzi, l’autore di Tre croci, Con gli occhi chiusi, Il Podere, per il quale è d’obbligo evocare i nomi di Edgar Allan Poe, Baudelaire, Dostoewski, i realisti francesi, dichiarò la sua devozione a due scrittori: Verga e d’Annunzio. Di quest’ultimo ha scritto:«Il D’Annunzio è stato per la nostra consistenza e per la nostra serietà umana soltanto una indispensabile violazione». Il suo modello era senz’altro Verga, ma d’Annunzio gli ispira e alimenta quella splendida passione verbale che Verga non conosceva.

 

Il più fedele a d’Annunzio è stato Tommaso Landolfi(a suo tempo collegiale del Cicognini, come d’Annunzio e Malaparte), di cui Giovanni Raboni ha scritto:«La sua prosa è di infaticabile bellezza, la più bella che si sia scritta in Italia dopo il D’Annunzio delle Faville del maglio». Gli dedicò un libro di poesie, Viola di morte, da lui apprese il valore sensuale della parola(“…l’uomo decade e involgarisce, si fa grosso e ottuso…quando decade in lui il valore religioso delle parole…”), come d’Annunzio fu un mantrugiatore di vocabolari(“se o si presume critico costui dovrà pur sapere che D’Annunzio ed io non inventiamo parole: ci basta e ci è più comodo prenderle dal nostro bell’idioma(con effetto più mortificante che i critici stessi)”. Carlo Bo, Oreste Macrì, Giacomo Debenedetti, Giovanni Raboni, Italo Calvino, Andrea Zanzotto, ammisero- bontà loro- l’influenza di d’Annunzio su Landolfi, ma altri no. Pietro Citati ha scovato una folla di ascendenti e di affini per lo scrittore di Pico Farnese, ma d’Annunzio è assente. Giuliano Gramigna, sedicente “adepto landolfiano”, nel recensire Un amore del nostro tempo lamenta che le belle doti dello scrittore sono stravolte in vizi “dal contagio dannunziano, che sembra difficilmente esorcizzabile nella nostra letteratura”. E nella manchette dello stesso libro Idolina Landolfi, figlia dello scrittore, avverte allarmata:”Il linguaggio alto…non è certo quello di Andrea Sperelli(del Piacere dannunziano)ma di un altro Sigismondo, quello di Calderòn nella Vita è sogno…” . La peste è scongiurata, figurarsi il sollievo del lettore. Ma c’ è un altro risvolto che la dice lunga sull’adamantinità dei nostri editori. Nel ’71 esce la raccolta di articoli letterari, Gogol a Roma, di Tommaso Landolfi, ma l’editore Vallecchi espunge un articolo a suo avviso iperelogiativo di d’Annunzio, che si concludeva con la parafrasi di due versi celebri di Tjutcev su Puskin:”Il cuore d’Italia non lo dimenticherà come non si dimentica il primo amore”. Lo stesso libro viene ristampato nel 2003 da Adelphi e la censura dannunziana rimane. Scrissi una lettera al raffinatissimo Roberto Calasso, gran patron della casa editrice, ma non ebbi risposta. C’è ancora chi ha paura di d’Annunzio? O teme che se ne parli bene?

 

Un altro scrittore di mille talenti, Curzio Malaparte(di cui Guerri è stato attento biografo), fu considerato il più affine a d’Annunzio, per il dandismo, il trasformismo, il culto della trasgressione, il protagonismo mondano. Ma le loro vite non furono proprio parallele, se l’Arcitaliano- come si autodefiniva Malaparte- fu sprezzante verso l’Imaginifico chiamandolo “piccolo cafoncello abruzzese”, con le sue “braccine”, i suoi “piedini”, le sue “ossa di pollo”. D’Annunzio nel 1928 gli scrisse:«So che tu mi ami; e che la tua ribellione esaspera il tuo amore. Con la tua schiettezza e con la tua prodezza, col tuo furore e col tuo scontento, quale altro uomo potresti amare, oggi, nel mondo?». Privilegiavano entrambi l’estetica rispetto all’etica, e a paragone dell’avvenenza e dell’eleganza di Malaparte(“non mi perdonano di essere venti centimetri più alto dello scrittore medio italiano”), d’Annunzio era quasi uno gnomo, ma di charme lo superava. Giovanni Ansaldo, uno dei grandi giornalisti del 900, scrisse nel 1046:«Malaparte è il vero erede di tutto ciò che vi era di deteriore e di volgare in D’Annunzio. E’ un D’Annunzio in formato ridotto…Artisticamente, il suo fondo di bottega è dannunziano».

 

Anche il grande Carlo Emilio Gadda da giovane fu un avido lettore di d’Annunzio(il critico Luigi Baldacci lo ha definito un “dannunziano di genio”), gli scrisse una lettera deferente dal fronte per esprimergli la sua ammirazione, ma poi cambiò umore e in una lettera a Gianfranco Contini definì d’Annunzio “buffone di Buccari e terrone di Castell’amare”, dove l’errore di luogo può essere un’inesattezza o una malizia e in un’intervista ad Arbasino scaricò su d’Annunzio pettegolezzi di quart’ordine e amenità velenose. Il fatto è che l’Ingegnere si rodeva d’invidia per il Divino(da cui aveva attinto a piene mani), lui che aveva sul gobbo la madre tiranna, una professione non desiderata, l’omosessualità repressa, una misoginia morbosa, gli scherzi feroci di Tommaso Landolfi e di Goffredo Parise con Laura Betti paraninfa, i burocrati bigotti della RAI, la paura di un governo di centrosinistra e un bisogno continuo di danaro per una vita tutt’altro che inimitabile. Aveva sfogato questo “gliommero” di risentimenti sul Foscolo sciupafemmine con una deliziosa pièce, non ebbe tempo di farlo col d’Annunzio o pensò anche a lui quando scrisse Eros e Priapo.

 

Gli scrittori stranieri a lui contemporanei, a parte Mann che gli dava del pagliaccio(ma il giudizio era per il d’Annunzio politico), furono più generosi. Robert Musil, l’autore di L’uomo senza qualità, era un ammiratore della prosa dannunziana e, incontrando Ignazio Silone a Zurigo, gli chiese se davvero era conterraneo del “grande paesaggista”(come lo definisce nei Diari), provocando freddezza nel povero cristiano. Marcel Proust, leggendo L’innocente, confessava di essere rimasto ravi, estasiato, e per molto tempo elogiò il poeta abruzzese, poi l’incanto si ruppe per qualche ironia di Proust su Fiume e per averlo tratteggiato nella Recherche come personaggio da salotto, per cui d’Annunzio si risentì, come si potè leggere in un appunto ritrovato nei cassetti del Vittoriale, in cui così si espresse sul capolavoro proustiano:«Un mucchio di fogli, di carte e di titoli deposti da un archivista maniaco e tossicologo nell’anticamera armadio d’un vecchissimo pederasta bleso e chiacchierone». C’è da ricordare che ad aprire le porte della mondanità parigina al d’Annunzio fu il conte Robert Montesquieu, dandy di estenuata eleganza, eternato da proust. Maurice Barrès chiamò il Vate, “questo implacabile conquistatore”. Paul Valéry nell’aprile del 1924 si recò a Gardone e dedicò al suo amico d’Annunzio alcuni versi: “Gabriele, se posso/ Da qualche Musa mosso/ Alla tua Virtù/ Dare del Tu…”. James Joyce rimase suggestionato dai romanzi del Pescarese e scrisse:”Credo che i tre scrittori del XIX secolo che abbiano avuto il più gran talento per natura, siano stati D’Annunzio, Kipling e Tolstoj. E’ strano che tutti e tre avessero idee quasi fanatiche in materia di religione e di patriottismo”. Anche Ernest Hemingway fu attento lettore di d’Annunzio, e il suo esempio lo spinse verso la Grande Guerra(dove conobbe un altro abruzzese, don Giovanni Minozzi, il fondatore delle case del Soldato, che citerà in Addio alle armi). Più tardi, a Venezia, pronuncerà una frase terribile su d’Annunzio(“Ne ha sulla coscienza di giovani ammazzati quel figlio di troia!”), ma l’ammirazione per lo stilista non verrà mai meno. Guerri ricorda che Hemingway auspicava che in Italia sorgesse una “nuova opposizione …che sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso, che è Gabriele D’Annunzio”. Lo pensavano anche Lenin e Antonio Gramsci, per qualche tempo lo stesso Mussolini, ma il “lupo della Maiella” si teneva lontano dai “politicastri, amici o nemici…amo la mia arte rinnovellata, amo la mia casa donata. Nulla d’estraneo mi tocca, e d’ogni giudizio altrui mi rido”: così scriveva il 5 settembre del 1924 alla “Provincia di Brescia”.

 

Nel 1988, in occasione del cinquantenario della sua morte, furono intervistati scrittori e studiosi. Un florilegio dei loro giudizi risulta istruttivo. Per Edoardo Sanguineti, il più ringhioso degli accademici che vedono d’Annunzio come il fumo negli occhi, d’Annunzio “fu un pessimo maestro di poesia. Il suo magistero si esercitò per via negativa…Una funzione attardante”. Più severo Franco Fortini, il più moralistico:«Odioso, anzi, insopportabile; ma finalmente quasi simpatico nella sua interminabile recitazione ossessiva e paranoica…il cervo volante del Pescarese non ce la fa a prendere quota, nella coscienza critica…La sua “verità”(ammesso che ne abbia una)si trova tutta, probabilmente, nella sottile incrinatura che separa quella straripante e volubile gesticolazione, rivolta al pubblico, dalla ironica o lugubre o esterrefatta depressione del suo nullismo, rivolta a un teatro, ma vuoto, come quello di Beckett»(ma Fortini, pochi anni più tardi, in un elzeviro sul domenicale del Sole 24 Ore confesserà di aver letto svogliatamente d’Annunzio e di aver rinviato nel tempo una rilettura per un giudizio meno frettoloso). Drastico anche Andrea Zanzotto, considerato tra i grandi poeti italiani viventi, influenzato inizialmente dallo stesso d’Annunzio:«Ha annegato tutto in una colluvie di retorica, e la stessa fuga nel Vittoriale mi è sempre parsa l’idea di uno che si seppellisce nei propri escrementi». Il critico Alfredo Giuliani, curatore di una famosa antologia sui “novissimi”, docente per anni all’ateneo di Chieti:«Parlava spesso di mistero, ma non c’è scrittore meno misterioso di lui…Supermanierista drogato di vocabolari…dobbiamo visitarlo come si visita un museo». Ad ogni ricorrenza fatidica ebdomadari e riviste giocano a censire i lettori di d’Annunzio, le cui opere vengono riedite, sia in edizioni lussuose che economiche, e da molti editori per la liberalizzazione dei diritti d’autore dopo i 70 anni dalla morte dell’autore.

 

Nel 1988 anche Manlio Cancogni, scrittore non accecato da furori ideologici, ha sentito il bisogno di parlar male di d’Annunzio, che leggeva negli anni ’40 con i suoi coetanei e ne rideva come «di un fenomeno grottesco e spiegabile solo col provincialismo e il cattivo gusto dominante nel nostro Paese. L’opposto di ciò che si chiedeva alla poesia moderna». E concludeva la sua articolessa stroncatoria, giustificando chi ancora scriveva di d’Annunzio: «d’altra parte l’arredamento letterario della nostra casa dell’epoca è così scarso, che non si può mandare in cantina un mobile di quel peso anche se tarlato e inutilizzabile.

 

Si è da qualche anno in piena d’Annunzio-renaissance(tra gli ultimi ad affermare l’importanza dell’Imaginifico Elémire Zolla, studioso delle tradizioni, Massimo Cacciari, filosofo, che ha detto:«E’ forse l’ultimo grande fatto culturale e antropologico che l’Italia dona all’Europa») e in tale clima si inserisce il libro di Guerri, che da tempo scava nella miniera del 900, di cui è ormai conoscitore provetto. Questa sua opera, D’Annunzio. L’amante guerriero è scritta come Clio comanda, per riprendere una sua felice espressione. Clio, la musa della storia, dagli occhi calamarati, che ispirò Alberto Savinio nel suo vagabondaggio attraverso l’Abruzzo, facendogli scrivere il più bel libro sulla nostra regione(cui, non mi stancherò di dirlo, qualche anno fa, si è malauguratamente aggiunto il più brutto, un polpettone-feuilleton tardo-inverniziesco, Colomba, di Dacia Maraini), ha guidato anche Guerri, di concerto forse con altre muse, nel racconto equilibrato e convincente della storia straordinaria di un uomo straordinario all’interno della storia non sempre straordinaria del nostro Paese. Una biografia asciutta, senza le ridondanze (e la prolissità) di altre, non malmostosa come quella di Piero Chiara che non amava d’Annunzio(il suo idolo era Casanova), né reticente su questo o quell’aspetto del Poeta come accade in altre supercelebrate o candida-loiolesca come quella di Ferruccio Ulivi che si scandalizza per la parola “benedetta” pronunciata dal Poeta ateizzante(“tocca il cristianesimo, non lo realizza neanche un istante…”), dimenticando che per d’Annunzio il cristianesimo era un oggetto, una sensazione, la quinta di un teatro, un’occasione di esercizio per il suo sperimentalismo stilistico. Un ritratto esauriente dell’amante guerriero(il sottotitolo, non si comprende perché, ha fatto storcere il naso a qualche vestale), che non fu solo questo, anche se lo fu in modo spettacoloso, né visse soltanto tra le alcove gli ippodromi le splendide dimore toscane e francesi e il tempio parsifalesco di Gardone, ma inseguì per l’intera esistenza un sogno di Bellezza. A Fiume, come nota Guerri, non usò la parola “plebea” della rivoluzione, ma amerà dire “risveglio della bellezza nel mondo”. Ed è curioso che sia stato, prima della coccoveggiante basilissa del Vittoriale, Anna Maria Andreoli, un giurista appartato e schivo, cattolico e di forte ispirazione laica, antiretorico, come Arturo Carlo Jemolo(del quale Guerri riporta il giudizio) a sottolineare che d’Annunzio, inventore dei “beni culturali”, anticipatore degli Antonio Cederna e dei Federico Zeri, difensore appassionato di monumenti e affreschi e degli alberi secolari delle ville gentilizie romane, ha lasciato agli italiani una lezione preziosa nella preoccupazione del bello. La vicenda di Fiume, «una delle più singolari e appassionanti della storia d’Italia ma anche una delle meno note»(e più sottovalutate) è la più alta delle imprese dannunziane e fa bene Guerri nel suo libro a parlarne diffusamente, sulla scia del bellissimo libro di Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione, Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, da Guerri salutato come un avvenimento. Grande esplosione di libertà, battesimo della politica-spettacolo e della liturgia di massa, contestazione globale al sistema dell’ordine internazionale e sociale, una “controsocietà” sperimentale, una “Città di vita”, una impossibile rivolta per la libertà umana contro l’ordine esistente, madre del futurismo, del dadaismo, di tutte le avanguardie e le ribellioni a venire(e, secondo Carlo Bo, delle irrazionalità). Nel ’68 si parlò di “immaginazione al potere” ma fu d’Annunzio a Fiume a dare ali e fantasia e parole alla festa, al gioco, ai diritti civili, alla musica, indicata come il principio centrale dello Stato. Altro che Marcuse, i francofortesi, Carletto da Treviri, dietro Cohn-Bendit e Mario Capanna c’era lo spettro del Comandante. Che non conosceva la Realpolitik a differenza di Mussolini che subito dopo conquistò il potere. C’è un episodio illuminante che spiega in parte il fiumanesimo. Tra gli artisti e i libertari, gli spostati, gli irregolari, gli arditi e i mattoidi che corsero a Fiume attratti dal d’Annunzio ci fu il giovane abruzzese, Raffaele Mattioli, futuro dominus della Banca Commerciale (e anche Lodovico figlio di Giuseppe Toeplitz, allora amministratore delegato della Banca, che rifiutò di finanziare d’Annunzio, come scrivono tutti, tranne per ora Guerri che sostiene il contrario). Dopo qualche settimana Mattioli, stufo dei discorsi del suo conterraneo, lasciò Fiume, rincorso dalle parole di un infuriato d’Annunzio:«Odio chi ha il cervello indurito come la gobba del dromedario nel deserto».

 

Il vezzo di liquidare con insofferenza d’Annunzio è ancora diffuso. Un critico letterario come Alfonso Berardinelli, bravo e serio, non perde occasione per strapazzare il poeta pescarese: non è un poeta, non è uno scrittore, tutt’al più un arredatore, non lo leggo, mi annoia. E noi ci annoiamo con lui per questo ossessivo refrain di cui non si comprende l’ostinazione. Forse, glielo auguriamo, il tempo lo farà ricredere, come ha fatto con Giorgio Manganelli, antico demolitore del Vate, che ha lasciato tra i suoi appunti critici alcune righe di resipiscenza: «Noi abbiamo “epurato” D’Annunzio: grama è quell’età da cui usciamo con tanto fervore di condanna…raramente l’intelligenza è stata così in preda ad un moralismo petulante e sciocco…leggere D’Annunzio deve essere una prova di intelligenza, di chiarezza, di onestà: epurato come fascista dalla storia del pensiero, il suo posto è nella storia della poesia». E libri come questo di Giordano Bruno Guerri ce lo confermano.

3 commenti »


  1. Alessan[d(r)oc] ha commentato

    Tutte le gambette che grattano la pancia alle vocali.
    Post futurista.
    Interessante.

    06 Marzo 2008 | #


  2. Nazarine ha commentato

    Ho divorato il libro temendo che l’ultima pagina arrivasse troppo in fretta e quando è giunta me ne sono separata con la malinconia che pervade un innamorato costretto a lasciare il suo amato all’alba, dopo una sola notte di passione.

    Un imperdibile affresco di un genio che con il suo modo di essere ha dato carattere e colore a un popolo e al suo tempo altrimenti grigi e scialbi.

    26 Marzo 2008 | #


  3. rosario ha commentato

    Sono laureato in lettere moderne con lode, scrivo abitualmente e conduco studi letterari e critici. Leggo da anni D’Annunzio e spesso mi sono scontrato con l’aprioristica, ingenua e acritica insofferenza nei suoi confronti. La maggior parte delle volte tuttavia le detrazioni nei confronti dell’ “immaginifico” sono superficiali e abbarbicate su considerazioni oziose ruotanti intorno alla presunta affiliazione di D’Annunzio al potere fascista. Non mi è mai capitato di ascoltare impressioni relative al valore della parola D’Annunziana, quasi che il cliché della detrazione a tutti i costi, alimentata da presupposti moralistici impedisca di considerare criticamente il reale portato della scrittura del pescarese. Perché di scrittura innanzitutto si tratta, di potenziamento delle possibilità del significante opposta alla tirannia del cosiddetto “impegno”. Che D’annunzio abbia compiuto una rivoluzione del linguaggio letterario è un dato che negli ultimi anni sembra cominciare a circolare nella consapevolezza della critica; d’altronde nel presente articolo tale fatto è sottolineato. Considero da almeno dieci anni la scrittura di D’Annunzio una delle manifestazioni più geniali di quella valorizzazione del canale espressivo nella quale si esalta il gioco combinatorio della scrittura. Il valore delle figure di suono, delle combinazioni linguistiche innovative, delle modulazioni ascendenti, della fascinazione intransitiva del dettato, dei rimandi analogici configura uno scenario di straordinaria potenza creativa il cui modello ha agito sulla maggior parte dei più accreditati scrittori italiani. Se è vero che la letteratura è messaggio, è impegno, è comunicazione, è altrettanto vero che la letteratura è “forma”, suono, articolazione di figure e gioco tra significanti. Ciò non significa che l’arte debba escludere la “comunicazione di cose” e la valorizzazione del messaggio, bensì che le ragioni del contenuto non devono assurgere a criterio assoluto di valutazione della scrittura, la quale innazitutto è “segno” organizzato in strutture significanti. Guardiamo per esempio a Seneca (per fare un esempio chiarificatore e concreto), punto di riferimento dello stoicismo romano e nel contempo maestro di stile e innovatore indiscusso della scrittura latina (e proprio per le sue trovate geniali e inedite esposto ad attaccchi e critiche continue da parte di personaggi arroccati su posizioni rachitiche e prevenute).

    Salve a tutti; leggete D’Annunzio, consiglio a tutti “Le vergini delle rocce” (non vi aspettate “storia” o intreccio alcuno, se cercate questo in D’Annunzio è inutile che ne intraprendete la lettura).

    19 Aprile 2009 | #


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